Valeria Saracco | Blogger o non blogger questo è il problema – tratto d Torino Magazine
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Blogger o non blogger questo è il problema – tratto d Torino Magazine

Aprii il mio blog circa sei anni fa e lo feci un po’ per gioco e un po’ per curiosità. Per lavoro ero spesso a cena fuori, la mia passione come nutrizionista e sopratutto per il cibo in generale mi portò a fare umili recensioni dei ristoranti che frequentavo. In quegli anni non sospetti incontrai tantissime persone (e non a caso non le chiamo blogger, ma persone) che avevano aperto un blog per le ragioni più disparate.

Chi perché in un periodo di malattia era obbligato a stare a casa per molti giorni, chi in maternità aspettando di ritornare al lavoro, chi non avendo un lavoro che lo rappresentasse cercava stimoli e soddisfazione attraverso la scrittura. Insomma un esercito di donne, giovani donne e ragazzi con una piccola finestra virtuale di espressione del sé sugli argomenti più disparati: cibo, viaggi, ricette, politica, cinema, attualità. Tra noi un filo comune ci legava, di aver trovato in qualche modo una terapia inconsapevole attraverso la scrittura con la differenza però, in questo preciso caso, una scrittura nella blogo-sfera, imprevedibile piattaforma di risposte e lettori. Pur non avendolo mai dichiarato apertamente, esiste un momento del tasto pubblica che è paragonabile al primo tuffo dell’estate, con gli occhialini, quando in apnea ti butti in mare e non sai cosa ti aspetta. Quella sensazione di fermo immagine e senza fiato dell’ignoto sottomarino, dell’imperscrutabile destino di ciò che succederà, ossia non sai mai chi ti leggerà e quanti lo faranno. Devo ammettere che quel momento fatto di adrenalina è paragonabile a quando entri su un palcoscenico si apre il sipario, stai per recitare la tua parte e nel buio della platea non sai assolutamente la reazione del tuo pubblico. Ecco quell’adrenalina è terapeutica, è fatta di sfida, di mettersi in gioco, di buttarsi, è fatta di creazione e arte.

Poi negli anni quell’umile filo che ci legava è cambiato. Hanno iniziato a definirci a darci i confini e in qualche modo siamo stati costretti dagli eventi a chiamarlo lavoro e loro, quelli della platea, a chiamarci blogger. Una parola che per lo più stonava nell’armonia della nostra passione. Sapeva di inquadratura, sapeva di necessità primordiale dell’essere umano di definire le cose per poterle controllare. Spesso la parola blogger è diventata quasi screditante, il giornalista che pur usando i social rifiutava di essere scambiato per un blogger, le agenzie di comunicazione che hanno dovuto rincorrere una formazione e una professionalità diversa per non farsi soffiare il lavoro dei social. Gli uffici stampa che si adoperavano a linguaggi più smart compatibili con il web. Una valanga di blog nati come i funghi, non più per passione, ma per necessità di occupazione. Strategie, corsi, webinar, master tutti a scrivere sul web. Ecco cosa stava diventando “il blogger” una necessità di collocamento. E noi ? quelli che umilmente volevano raccontarsi, siamo sempre noi, un po’ più esperti, più corazzati ma in fondo in fondo, un vecchio cuore pulsante del web.

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